Quando Giuseppe Verdi incontra Shakespeare trova il suo doppio artistico: un teatro vivo, mobile, profondamente umano.
Con Macbeth entra nel turbine notturno e visionario del potere e della follia; con Otello raggiunge il vertice tragico del melodramma ottocentesco; fino al gioco mordente di Falstaff, ultimo capolavoro comico, in cui il dramma si scioglie nell’intelligenza del sorriso.
È un percorso di maturazione teatrale. La musica non commenta l’azione: la genera. Parola, gesto e suono coincidono. Con Verdi — sempre più uomo di teatro in senso pieno, quasi scenografo, costumista e regista ante litteram — la scena diventa luogo di energia pura.

